Non antropomorfizzare significa dare di più
Vi invitiamo a leggere “Non antropomorfizzare significa dare di più” scritto da Roberto Marchesini pubblicato sul sito www.siua.it in cui si parla dei bisogni ecologici, fisiologici e comportamentali dell’animale, un’ottima riflessione e occasione che ci dovrebbe spingere a riflettere. Buona lettura. Si ringrazia per l’immagine di copertina Eduard Maluquer La sacrosanta battaglia contro l’umanizzazione degli […]
Vi invitiamo a leggere “Non antropomorfizzare significa dare di più” scritto da Roberto Marchesini pubblicato sul sito www.siua.it in cui si parla dei bisogni ecologici, fisiologici e comportamentali dell’animale, un’ottima riflessione e occasione che ci dovrebbe spingere a riflettere. Buona lettura. Si ringrazia per l’immagine di copertina Eduard Maluquer La sacrosanta battaglia contro l’umanizzazione degli animali ci dovrebbe spingere a riflettere che un animale va rispettato adeguandosi ai suoi bisogni etologici, vale a dire nell’osservanza delle sue caratteristiche fisiologiche e comportamentali. Questo significa che si lotta contro l’antropomorfizzazione per dare di più all’animale e non di meno, perché ci si sforza di emendare la proiettività e di dare effettivamente ciò di cui il soggetto ha bisogno. L’antropomorfizzazione infatti non eleva il cane, il gatto o lo scimpanzé ma di fatto li sminuisce perché: 1) non riconosce le caratteristiche e i bisogni presenti in una particolare specie ma assenti nell’essere umano; 2) trasforma gli eterospecifici in quasi-umani e quindi implica l’umano come unità di misura e fuoco intorno cui orbitare. Spesso sento porre in antitesi antropocentrismo e antropomorfismo: in realtà l’antropomorfismo è la forma più radicale di antropocentrismo. Nella vulgata l’atto o l’accusa di antropomorfizzare vengono spesso definite come un viziare il cane o il gatto; in realtà si tratta più prosaicamente di un maltrattare l’animale, che chiede e merita di essere trattato secondo le sue coordinate etologiche. Andare contro le pretese antropomorfiche o addirittura antropoplastiche – tipiche di chi non interpreta semplicemente ma si sforza di trasformare in tutti i modo l’eterospecifico in una fantoccio quasi-umano – non significa perciò ritornare ai bei tempi andati quando il cane doveva stare rigorosamente in giardino o comunque secondo i dettati della strumentalizzazione. Lo dico perché esiste una nutrita schiera di persone che stigmatizzano l’umanizzazione non per aumentare il rispetto verso le altre specie ma per ritornare indietro. E ritornare dove? Non certo alla cultura rurale, morta e sepolta con le sue plusvalenze e le sue aberrazioni (l’età dell’oro non esiste) da almeno sessant’anni, ma all’età d’oro della zootecnia, quella degli anni ’60 e ’70, entrata in crisi con la rivoluzione animalista della seconda metà degli anni ’80. Allora ci si sforzava di trasformare l’animale nella macchina cartesiana basata su automatismi, utilizzando le teorie psicoenergetiche e behavioriste e mettendo a punto prassi di gestione e di potatura comportamentale col solo scopo di trasformare gli eterospecifici in oggetti.Ma in fondo anche la trasformazione di un soggetto in una cosa (reificazione), che sia strumento o prodotto poco importa, è una forma di antropocentrismo: in questo caso nel dare una patente di presenza solo-se e nella misura-in-cui un ente svolga una particolare funzione di utilità riferita all’essere umano. Siamo antropocentrici tutte le volte che non riconosciamo a un eterospecifico una sua presenza libera da qualunque strumentalità e una sua ontica svincolata dai parametri proiettivi, di aspettativa, di funzione, di merito. Antropomorfismo e reificazione sono perciò le due facce della stessa medaglia antropocentrica che nega all’animale una sua specifica ontologia e un suo ruolo nella dialettica relazionale con l’uomo […] Per leggere l’articolo integrale: https://www.siua.it/notizie/non-antropomorfizzare-significa-dare-di-piu/