La cultura del greyhound racing
In questo momento di grave crisi dell’industria delle corse, tra cinodromi che chiudono, come a Londra o negli USA, e intere industrie nazionali che stanno per essere smantellate, come nel Nuovo Galles del Sud, i sostenitori del racing si scatenano in tentativi fantasiosi di salvare la reputazione di un’attività che […]
In questo momento di grave crisi dell’industria delle corse, tra cinodromi che chiudono, come a Londra o negli USA, e intere industrie nazionali che stanno per essere smantellate, come nel Nuovo Galles del Sud, i sostenitori del racing si scatenano in tentativi fantasiosi di salvare la reputazione di un’attività che si distingue per il totale disprezzo dei cani che utilizza e spesso anche delle leggi oltre che delle più elementari norme di civiltà dei paesi occidentali.
Così c’è un argomento che spesso viene invocato, anche da parte di qualche personaggio del mondo dello spettacolo, fermo probabilmente a una visione del mondo degna del Giurassico.
Secondo questo argomento, chiudere le piste vuol dire distruggere la cultura della working class. Questa visione dà per scontato che far rientrare qualcosa nella cultura significhi automaticamente attribuirgli un valore positivo. In realtà questa è una mistificazione, che peraltro presuppone anche una discreta ignoranza e superficialità.
Se così fosse, dovremmo giustificare tutte le pratiche che in giro per il mondo fanno parte delle “culture”: il matrimonio delle bambine, l’infibulazione, il consumo di carne di cane, le fiestas spagnole in cui animali innocenti vengono barbaramente uccisi, solo per fare qualche esempio.
In realtà il concetto di cultura è neutro e dinamico: la cultura altro non è che un sistema normativo che prescrive come gli individui si debbano comportare in un dato contesto. E la cultura cambia, nello spazio ma anche nel tempo. La legge del taglione, accettabile nel neolitico, oggi non lo è più. Così l’usanza medievale di bruciare vive le persone.
Quindi qualificare il racing come cultura di un qualunque gruppo sociale non equivale a una sua giustificazione.
Ma quale sarebbe poi la cultura proposta dal greyhound racing? Anche prescindendo da doping, uso di esche vive, sfruttamento ed eliminazione di migliaia di greyhound, quale sarebbe il sistema di valori incarnato nell’industria delle corse?
Alla base del greyhound racing vi è il gioco d’azzardo, e dunque il punto centrale della “cultura” del greyhound racing è un’attività che produce dipendenza, in cui pochi vincono e molti perdono, in cui una razionale gestione della propria vita e delle proprie risorse viene sacrificata nella ricerca di un guadagno facile, che peraltro non si realizza se non per pochi. Il banco vince sempre, il povero diavolo perde sempre.
Ritenere che questo possa essere un valore positivo per la working class è proporre come desiderabile un modello di vita basato sull’instupidimento: dopo una giornata dura di lavoro puoi andare a sbattere via i tuoi soldi al cinodromo, e magari anche ubriacarti. Anzi, puoi farlo senza neppure andare al cinodromo, usando internet, dove il gioco sembra finto, ma i soldi che ci rimetti sono veri. Così come il rischio di diventare dipendente dal gioco, con tutti i danni sociali e personali che ne derivano.
Questa cultura non ha niente a che vedere con la cultura del lavoro, semmai ne è l’antitesi. Il Giurassico è l’epoca giusta per questo anacronismo chiamato greyhound racing.
©Massimo Greco