La cattiva coscienza dei pro-racing
Chi legge su Internet gli interventi dei difensori del racing senza sapere nulla, viene catapultato in un mondo immaginario dove i cani sono amati e rispettati. La distorsione della verità da parte dei pro-racing è tanto evidente quanto grottesca: si fa fatica a credere che stiano parlando di un’industria che […]
Chi legge su Internet gli interventi dei difensori del racing senza sapere nulla, viene catapultato in un mondo immaginario dove i cani sono amati e rispettati. La distorsione della verità da parte dei pro-racing è tanto evidente quanto grottesca: si fa fatica a credere che stiano parlando di un’industria che distrugge ogni anno decine di migliaia di cani, che li tiene in gabbia o kennel quasi tutto il giorno e spesso con la museruola, che li fa correre in condizioni climatiche spaventose, salvo eliminarli quando si rompono una zampa.
Questa immagine fantasiosa è utile, per due motivi. Il primo è che permette di presentarsi in pubblico come brave persone: nessun paese civile può accettare che qualcuno affermi pubblicamente che l’industria uccide i cani per profitto. E’ necessario ribaltare la verità e presentarsi all’opinione pubblica come sinceri amanti dei greyhound.
Il secondo motivo è che in questo modo qualche pro-racing riuscirà a evitare di sentirsi una cattiva persona quando si guarda allo specchio.
Mentire al mondo e mentire a se stessi: due facce della stessa medaglia.
Vediamo allora con quali argomenti i pro-racing mistificano e capovolgono la realtà.
Argomento uno: senza il greyhound racing i greyhound non esisterebbero più.
Questo è completamente falso: in molti paesi del mondo, come l’Italia e la Francia solo per fare due esempi, i greyhound non corrono per l’industria e sono allevati per essere semplicemente pet. Così come, e parliamo di due razze tra tante, i border collie e i pitbull sono allevati come pet anche se non fanno più i cani da pastore o da combattimento.
Argomento due: i greyhound sono nati per correre in pista.
In questo caso i pro-racing giocano sulle parole: che i greyhound siano perfetti per correre è del tutto ovvio e noto. Ma il punto è che correre non è sinonimo di correre in pista, e se correre è naturale, correre in pista è innaturale. E lo dicono i trainer: “Puppies do not learn to run around a greyhound track all by themselves. While it is natural for them to chase live quarry across a field, chasing a dummy hare often needs plenty of tuition.” (from Training and Racing the Greyhound by Darren Morris).
Argomento tre: ai greyhound piace correre in pista e sono felici si farlo.
Questo argomento è un sottoprodotto di quello precedente: è ovvio che ai greyhound piace correre e magari prendere una lepre in un campo. Ma correre liberi in un campo, poter annusare e decidere dove andare non è la stessa cosa che correre in tondo come macchine in una pista ovale dietro a un fantoccio irraggiungibile, dopo essere stati messi a forza nei box di partenza.
I greyhound da corsa sono generalmente dei frustrati, basta guardarli con attenzione quando sono bloccati in malo modo dopo l’arrivo mentre sono ancora eccitati, per essere condotti in una gabbia.
Argomento quattro: i greyhound sono atleti e come tutti gli atleti possono farsi male. L’industria li tratta con compassione.
Secondo questo modo di vedere, gli infortuni in pista sono fisiologici, come in tutti gli sport: l’industria è buona perché pone fine alle sofferenze dei cani che si fanno male.
Provate a immaginare un meeting di atletica leggera in cui decine di esseri umani sono costretti a correre e quando si rompono un legamento o una gamba vengono soppressi. Questo esempio mostra che l’argomento dei pro-racing è del tutto inconsistente.
Dunque, in conclusione, la difesa del racing da parte dei suoi sostenitori si basa su un totale capovolgimento della verità, verità che è semplice da capire quando si guarda la realtà dal punto di vista dei cani e non del fare soldi coi cani: i greyhound corrono e muoiono in pista per far guadagnare denaro ad alcuni esseri umani, siano essi proprietari, scommettitori, trainer, funzionari dell’ente corse o allibratori. Niente altro che questo.
Massimo Greco