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Archivio Legacy

Indipendenti e antiracing, oltre i luoghi comuni.

5 novembre 2014Articolo originale →

A intervalli più o meno regolari ricompare una qualche polemica sulla questione dei rifugi indipendenti, piuttosto che antiracing, piuttosto che legati all’IGB oppure no. Trovo che si tratti spesso di discussioni stucchevoli e chiarisco il nostro punto di vista. In primo luogo non condividiamo l’idea che chi prende in adozione […]

A intervalli più o meno regolari ricompare una qualche polemica sulla questione dei rifugi indipendenti, piuttosto che antiracing, piuttosto che legati all’IGB oppure no. Trovo che si tratti spesso di discussioni stucchevoli e chiarisco il nostro punto di vista.

In primo luogo non condividiamo l’idea che chi prende in adozione un greyhound dal programma RGT sia un complice di chi sfrutta i greyhound. Questa è una sciocchezza colossale. In generale i programmi RGT fanno una cosa giusta, salvare i greyhound, nel modo sbagliato, cioè rinunciando a prendere posizione contro l’industria o addirittura a volte nascondendone le responsabilità. Lo sfruttamento dei greyhound diventa un fatto culturale colpa della cattiveria umana o della mentalità e non un fenomeno economico con precisi responsabili. Ma questo non toglie nulla al fatto che ogni greyhound che entra in una casa, in Irlanda e Inghilterra soprattutto, è un potenziale veicolo di un cambiamento, perché mostra che questi cani sono grandi pet, e non macchine da corsa. E chi adotta può farsi delle domande e diventare antiracing, come è successo a molti.

Il grande problema in Irlanda non è tanto quello dei cani in poltrona sventolati dall’industria come prova del suo essere compassionevole, quanto il silenzio su tutto il resto, sui cani trovati senza orecchie, il silenzio sul numero di greyhound scomparsi, il silenzio sui greyhound spediti in Spagna e chissà dove, il silenzio sui cani morti in pista o dopo una gara in cui si sono fatti male, il silenzio sui trainer che dopano i cani. Se gli irlandesi fossero consapevoli della crudeltà dell’industria non si lascerebbero condizionare da qualche foto di cani sul divano. Almeno una parte di essi.

Dopodiché se possiamo fare a meno di mettere le foto dei cani adottati sul sito dell’IGB facciamo comunque una buona azione. E se i trainer ci tengono tanto ai loro cani possono smettere di farli correre, molto semplicemente.

In questo contesto, essere indipendenti vuol dire in primo luogo non scendere a patti con l’industria. Facciamo subito un esempio, inglese. TIA è il più grande rescue della Gran Bretagna e si dichiara non antiracing, ma partecipa comunque alle campagne contro l’industria e non nasconde l’informazione sui cani maltrattati. Dunque TIA è un rescue che sta dalla parte dei greyhound e non dell’industria.

Un rifugio che non prende soldi dall’industria ma che non fa un briciolo di denuncia, come lo classifichiamo?

Saremo espliciti: in mancanza di altre strade non avremmo alcun problema a prendere cani da rifugi che prendono denaro dall’IGB, se possiamo continuare a sostenere le associazioni e i gruppi che fanno aperta denuncia contro l’industria, se posso dire peste e corna dell’IGB, se possiamo contribuire in ogni modo a diffondere le informazioni sulla crudeltà quotidiana dell’industria. Il problema in questo caso non sarebbe nostro ma loro.

Tuttavia le strade che possiamo percorrere dipendono anche da noi e quindi sosteniamo in ogni modo rifugi che non prendono contributi e che sono in questo senso indipendenti. Rifugi di persone che, peraltro, hanno una storia che parla chiaramente.

La discussione sui rifugi indipendenti, poi, rischia a volte di spostare l’attenzione da quello che fanno le associazioni. Il problema è dunque anche questo, quando le associazioni sono indipendenti?

Per noi la risposta è chiara, un’associazione è indipendente quando paga le spese per la preparazione dei cani e quando paga i trasporti.

Quando un’associazione è antiracing? Quando è coerente nel denunciare e informare circa la situazione quotidiana dei greyhound e non omette i nomi di chi li sfrutta, quando non fa affari con gli sponsor dell’industria, quando appoggia, anche materialmente, gli sforzi di chi è in prima fila per la chiusura dei cinodromi.

Per questo non ci sentiamo né duri né puri, ma solo coerenti senza essere solo dei predicatori incapaci di cambiare la situazione reale dei greyhound. Noi non vogliamo vincere il premio per chi è perfetto, ma contribuire alla fine dello sfruttamento dei greyhound. Cosa che avverrà, non perché è destino, ma perché i tempi sono maturi.

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