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Archivio Legacy

Il mito dell’adozione e i suoi effetti negativi

31 gennaio 2014Articolo originale →

In tutto il mondo ogni anno migliaia di cani vengono adottati e così strappati alla morte: associazioni e individui dedicano tempo e denaro per farlo. Si tratta sicuramente di un’attività lodevole, che però generalmente cura alcuni effetti, e solo in parte, e non le cause. Pensiamo alle corse coi levrieri: […]

In tutto il mondo ogni anno migliaia di cani vengono adottati e così strappati alla morte: associazioni e individui dedicano tempo e denaro per farlo. Si tratta sicuramente di un’attività lodevole, che però generalmente cura alcuni effetti, e solo in parte, e non le cause.

Pensiamo alle corse coi levrieri: ogni hanno vengono adottati circa 4.500 – 5000 greyhound provenienti dalle isole britanniche, compresi quelli che vanno a vivere nel resto d’Europa. I cani eliminati a vario titolo sono invece circa 20000, così almeno si stima, dal momento che non ci sono statistiche ufficiali e che i lurcher sono fuori dal conto.

Se calcoliamo gli ultimi dieci anni, possiamo stimare 45.000 – 50.000 greyhound circa adottati in Europa a fronte di 200.000 soppressi. Dunque, già sul piano numerico, l’adozione è una toppa troppo piccola rispetto a quanto sarebbe necessario per risolvere il problema e non è pensabile che il numero di adozioni possa crescere al punto da salvare tutti i cani che sarebbe necessario salvare. Una prima soluzione sarebbe la riduzione del numero delle cucciolate, ma questo, anche se desiderabile, appare irrealistico.

Le corse dei greyhound infatti sono un’industria che al momento, tra Irlanda e Gran Bretagna, dispone di circa 80 cinodromi, e si basa sulle scommesse relative alla competizione. Dunque, avere cani competitivi è un’esigenza strutturale dell’industria, e ciò implica un lavoro di selezione per ottenere i migliori competitors, in poche parole, implica che il numero dei cani prodotti sia largamente superiore al numero di cani realmente impiegati. Questa è una legge peraltro di tutte le attività agonistiche i cui sono presenti interessi, umane e non.

Il punto è che quelli che non diventano Maradona o Bolt non vengono soppressi, mentre i greyhound che non diventano buoni corridori in genere muoiono. E anche quelli bravi, al primo infortunio, o semplicemente quando cominciano a non essere competitivi muoiono. La storia del greyhound ritirato dopo le corse che vive da pensionato di lusso, per moltissimi è una favola. La gran parte dei greyhound non sono retired (ritirati dalle corse), come vorrebbe spacciare l’industria, ma sono abandoned, unwanted, exploited (abbandonati, indesiderati, sfruttati).

L’industria delle corse produce quindi per sua natura un surplus enorme di greyhound rispetto a quanti potrebbero essere adottati, e dunque l’unica soluzione duratura per fermare la tragedia dei greyhound è la fine dell’industria. Soluzione che richiede azioni di protesta, informazione costante per sensibilizzare l’opinione pubblica, pressione politica. In primo luogo in Irlanda e Gran Bretagna, ma anche nel resto d’Europa.

Chi dice che l’importante è salvare una vita e dimentica di dirvi che bisogna chiudere i cinodromi, chi spaccia l’adozione come la cosa più importante che si può fare e non fa denuncia, o peggio collabora con l’industria, non fa il bene dei greyhound. Adottare un greyhound è un grande atto di amore, che richiede responsabilità, ma non risolve il problema.

Addirittura lo aggrava, quando sostituisce la denuncia e la protesta, quando fornisce all’industria strumenti per mostrare un volto umano che non ha.