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Il cane vegan? Riflessioni di etica liminale

di Roberto Marchesini Mi capita spesso durante convegni o conferenze che mi vengano rivolti quesiti che definirei di “etica liminale” vale a dire caratterizzata dal porre problemi che assumono caratteristiche ovvero scacchi differenti a seconda del prospetto con cui li si guarda. Sono liminali proprio perché presentano contorni sfumati e tuttavia […]

di Roberto Marchesini Mi capita spesso durante convegni o conferenze che mi vengano rivolti quesiti che definirei di “etica liminale” vale a dire caratterizzata dal porre problemi che assumono caratteristiche ovvero scacchi differenti a seconda del prospetto con cui li si guarda. Sono liminali proprio perché presentano contorni sfumati e tuttavia apparentemente sembrano ben definiti, come la linea che divide una frontiera o i contorni di una cellula. Faccio subito un esempio. Per chi ha fatto la scelta di non alimentare l’industria dello sfruttamento animale è indiscutibile che per un minimo livello di coerenza si debba fare una scelta vegana. Nulla può infatti giustificare l’attenzione rispetto al benessere di alcuni animali, come i cani o i gatti, e per converso l’incentivo al maltrattamento di milioni di animali negli allevamenti. D’altro canto chi valuta attentamente le caratteristiche zoologiche ed etologiche di un cane o di un gatto sa perfettamente che si tratta di animali inquadrati tassonomicamente come carnivori e dal profilo comportamentale profondamente impregnato di motivazioni che hanno a che fare con il comportamento venatorio. Pertanto è indubbio che coloro che ritengano che la natura vada rispettata per le sue intrinseche caratteristiche e che ogni alterazione debba essere considerata come abuso e maltrattamento, consideri il rispetto per la natura specie-specifica come l’unico modo per evitare arbitri antropocentrici. Quando queste due prospettive collidono nel problema su come alimentare il proprio cane si viene a creare una situazione di etica liminale, dove non si tratta più di scegliere il male minore o un eventuale saldo positivo delle conseguenze, ma di operare un confronto tra due prospettiche altrettanto legittime. Chi ritiene che questo problema sia di facile soluzione propendendo per l’una o per l’altra scelta pecca di estrema faciloneria o, meglio, sta inquadrando il problema non sotto un’attenta disamina di tutti gli aspetti ma si limita a enunciare un sentimento etico. Cosa intendo per sentimento etico? Intendo quelle valutazioni che hanno a che fare non necessariamente con dei preconcetti o delle tautologie, quanto piuttosto con altre concatenazioni valoriali che per così dire illuminano maggiormente un lato del liminale rendendo apparentemente più fondato o coerente il dirigersi verso un campo della frontiera. Addirittura possiamo trovarci casi dove il problema non viene neppure messo in discussione. Per esempio chi ha fatto della scelta vegan il proprio principio di vita sarà inevitabilmente propenso a credere che in fondo, se non si pongano problemi di carattere nutrizionale o se sia possibile correggere con aggiunte di sintesi eventuali elementi carenziali, non ci sia nulla di male o addirittura si debba perseguire la scelta vegana per il proprio cane. Chi, al contrario, ritiene che la scelta ovvero il principio di coerenza della scelta possa-debba applicarsi all’ambito individuale, un po’ come la scelta religiosa, e si debbano rispettare le prerogative singolari di ciascuno, inevitabilmente riterrà che la scelta vegan assunta lo riguardi…. Link originale ed integrale che vi invitiamo a leggere : http:/http://gallinaeinfabula.com/2015/06/14/il-cane-vegan-riflessioni-di-etica-liminale/ © Riproduzione riservata