Diritti, benessere e crudeltà: perché non è sufficiente la compassione per essere dalla parte dei levrieri
Anche nel mondo di chi salva i levrieri, come in generale in quello di chi si occupa di animali e di esseri umani maltrattati, è molto diffuso l’uso di termini come benessere, compassione, crudeltà. Niente di male, se non fosse che l’ambiguità e la facilità nell’uso delle parole spesso offrono […]
Anche nel mondo di chi salva i levrieri, come in generale in quello di chi si occupa di animali e di esseri umani maltrattati, è molto diffuso l’uso di termini come benessere, compassione, crudeltà. Niente di male, se non fosse che l’ambiguità e la facilità nell’uso delle parole spesso offrono l’opportunità di defilarsi rispetto alla sostanza delle cose. Così, anche l’industria delle corse parla di benessere, mentre massacra i cani, come l’industria della sperimentazione animale parla di benessere per le cavie, i cacciatori dicono di “amare” i loro cani, e magari anche le prede, i trainer amano i greyhound, salvo farli morire in pista, e sospettiamo che anche i matador dichiarino di amare il toro, o comunque di rispettarlo. C’è evidentemente qualcosa che non va.
Allo stesso modo, tutti si indignano di fronte ad atti palesemente crudeli, come uccidere un cane impiccandolo ad un ramo o picchiarlo a sangue, strappargli le orecchie, bruciarlo. E d’altra parte solo un sadico dichiarerebbe pubblicamente che è bello torturare un animale fino a ucciderlo. Si tratta di un punto di vista rassicurante: se la crudeltà è colpa dei sadici, i “normali” possono trarre un sospiro di sollievo.
Peccato che la maggior parte degli abusi e dei maltrattamenti subiti dagli animali, e anche dai levrieri, non siano frutto di azioni sadiche di persone sadiche, ma siano compiute da gente normale che fa quello che è normale in un certo contesto.
Facciamo qualche esempio: supponiamo che io sia un trainer e che sia anche uno rispettoso delle regole. Io prenderò i miei cuccioli e gli consentirò di fare solo i giochi che possono essere utili per correre, poi li metterò in una gabbia e li terrò lì anche per 23 ore, magari con la museruola. Al momento opportuno li farò correre e qualcuno sarà lento. Potrò portarlo al pound, dove verrà soppresso in maniera “umana”, cioè senza farlo soffrire. Sono stato crudele? Sono stato sadico? Qualcun altro sarà veloce e correrà, finché non si fa male. In quel caso, “per evitargli sofferenze” gli verrà praticata l’eutanasia, un atto “compassionevole”. Sono stato crudele? Sono stato sadico?
Supponiamo che io sia un galguero, uno di quelli che “tengono ai loro cani”. Qualcuno di loro a un certo punto non sarà più bravo a cacciare o non sarà più adatto alle competizioni. Ma io non sono crudele, non lo impicco, non lo brucio, non lo porto neppure in perrera. Io lo regalo, sì, perché sono bravo e dunque lo regalo a un altro galguero, uno magari un po’ meno importante di me. Quando non servirà più, questo galgo sarà portato in perrera e legalmente soppresso in una camera a gas dopo pochi giorni. Sono stato crudele? Sono stato sadico?
Supponiamo che io sia un allevatore di polli, uno illuminato, uno che ci tiene al benessere dei suoi animali: solo vita sana, a razzolare liberi con mangimi di qualità, spazio, ritmi naturali di crescita, niente ormoni e altre schifezze. Quando sono pronti, li uccido in modo indolore, senza farli soffrire e poi li vendo a chi li cucina. Sono stato crudele? Sono stato sadico?
In realtà, se le parole hanno un senso non sono stato né crudele né sadico, ma ho comunque calpestato i diritti fondamentali di questi animali, come quello alla vita, come quello al gioco quando sono cuccioli, come quello ad avere una vita priva di sofferenze, tanto per fare alcuni esempi.
Il punto è che la crudeltà muove la compassione, ma la compassione spesso non scatta di fronte alla violenza silenziosa, quotidiana, strisciante, quella che non si vede perché non produce sangue, quella che rende la vita un inferno che non si vede. La compassione si nutre di cani bruciati, picchiati, torturati. Cose orribili, per carità, ma che sono la punta di un iceberg, fatto di sofferenza invisibile, di privazione dei più elementari diritti, di dolore quotidiano provocato non dal sadismo, ma da dalla normalità di chi semplicemente se ne frega degli animali.
La normalità di chi pensa di poterli usare per il proprio divertimento e arricchimento, di chi si ritiene superiore solo perché “uomo”.
E molto spesso la compassione si ferma alle conseguenze più estreme, ma non affronta le cause, cioè la cultura e la responsabilità di chi semplicemente pensa di avere il diritto di negare i diritti, per soldi, per lo spettacolo, o per tradizioni, magari primitive.
Anche l’industria delle corse può indignarsi, o far finta di farlo, per un caso di crudeltà manifesta, anche qualche galguero può provare vergogna per un cane bruciato o impiccato. Ma nessuno di loro prova vergogna o indignazione per un cane che passa la vita in gabbia ed è privato di un’esistenza dignitosa.
Noi siamo con i levrieri non per compassione e non solo perché sono spesso oggetto di crudeltà, noi siamo con i levrieri perché siamo per il loro diritto a vivere una vita decente tutti i giorni e a non morire per il divertimento e l’arbitrio umano.
© Riproduzione riservata