Dal Welfare al Well Being, di Roberto Marchesini
Vi invitiamo a leggere un articolo molto interessante di Roberto Marchesini al titolo Dal Welfare al Well Being pubblicato sul sito www.siua.it in cui si parla della necessità di dare al cane la possibilità di esprimere le sue vocazioni e le sue doti, per realizzare la sua “felicità di specie”. Quando la Commissione Brambell fu […]
Vi invitiamo a leggere un articolo molto interessante di Roberto Marchesini al titolo Dal Welfare al Well Being pubblicato sul sito www.siua.it in cui si parla della necessità di dare al cane la possibilità di esprimere le sue vocazioni e le sue doti, per realizzare la sua “felicità di specie”.
Quando la Commissione Brambell fu chiamata a stendere delle coordinate di welfare animale in risposta alle giuste critiche che il libro di Ruth Harrison, “Animal Machine” (1964), aveva mosso in merito a come venivano trattati gli animali all’interno degli allevamenti intensivi – situazione che non era cambiata quando trent’anni dopo pubblicavo il mio saggio “Oltre il muro” – era ovviamente concentrata sulle prassi di stabulazione e gestione degli animali cosiddetti da reddito, in una logica non di mettere in discussione dette pratiche ma di migliorare le condizioni di vita degli animali negli allevamenti. Per questo fu conseguente soffermarsi sulle necessità di base o “libertà fondamentali” che dovevano venir assicurate agli animali. Anche se i dettati del Brambell Report, pubblicato nel 1965, grazie all’intervento di esperti nel comportamento come W.H. Thorpe, non trovarono di fatto una traduzione, ciò nondimeno rappresentano per quegli anni una piccola rivoluzione, anche perchè tra le diverse libertà di ordine fisiologico s’inseriva specifico riferimento all’espressione delle caratteristiche etografiche. Purtroppo con il tempo si è andata consolidando l’idea che fosse sufficiente assicurare a un’animale uno stato di welfare (dieta sufficiente e adeguata, riparo da intemperie, assenza di stress o di malattie, libertà dalla sofferenza e dalla paura) per dare benessere ovvero che welfare e benessere fossero la stessa cosa. Se associamo tale lettura al pietismo zoofilo e all’antropomorfismo tipico della cultura urbana della seconda metà del Novecento, ecco che sinonimo di benessere è diventato assenza da qualunque sollecitazione problematica, in pratica una sorta di gabbia dorata all’interno della quale racchiudere l’eterospecifico. Questo paradosso è stato peraltro peggiorato dall’approccio animalista degli anni ’80 che, pur importante nella discussione degli “interessi animali” e nella proposta di assegnare all’eterospecifico lo status di “paziente morale”, si è concentrato soprattutto su coordinate normative di astensione (cosa non bisognava fare) piuttosto che definire delle coordinate propriamente prescrittive (cosa bisognava fare) per assicurare il benessere animale. Si è consolidata pertanto l’idea che per assicurare il benessere fosse utile ed esaustivo liberare il soggetto dai carichi del vivere, ossia allontanarlo da qualunque condizione di stress. Ma così facendo ci dimentichiamo che il benessere si gioca su un punto di equilibrio dinamico (non omeostatico) tra entrate, in termini di gratificazioni e appagamenti, ed uscite, in termini di fatica, stress e quant’altro. Dal momento che non è possibile azzerare nella vita di un individuo le uscite, giacché stress, frustrazioni e fatica fanno parte della vita, è evidente che privarlo di entrate significa che inevitabilmente, nel giro di poco tempo, il saldo va in perdita. Se fosse vero che basta togliere le uscite per assicurare benessere, una zebra dello zoo dovrebbe essere l’animale più felice di questa terra. Ha sempre cibo assicurato, può dissetarsi ad libitum, è libero da infezione e infestazioni, non si trova a sopportare sofferenza fisica o paura, elementi stressori sono, tutto sommato, pochi… tutte condizioni che in natura non potrebbe certo ritrovare. Se le cose stessero veramente così, mettendo ipoteticamente lo zoo in rapporto diretto con la savana, dovremmo aspettarci che tutte le zebre dalla savana si trasferiscano allo zoo. Viceversa, l’unica zebra dello zoo si dirigerebbe senza dubbio nella savana. Ciò significa che uno stato di welfare non compensa una mancanza di espressione delle coordinate specie specifiche. Una considerazione che era ben chiara anche ai primi etologi. Qualunque animale è disposto a sopportare fatica, stress, fluttuazioni emozionali e – mi azzardo a dire in tutta sincerità – anche un po’ di sofferenza fisica, pur di vivere una vita piena, ovvero di poter raggiungere i target previsti dal suo assetto motivazionale (il concetto di gratificazione) e poter esprimere fino a sazietà (il concetto di appagamento) le sue coordinate motivazionali…
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