Curare gli effetti per non togliere le cause
Nel mondo delle associazioni che si occupano di greyhound, molti ripetono in continuazione che l’importante è salvare delle vite, che ognuno lo fa a modo suo, che dunque tutti sono dalla stessa parte. Si tratta di una grande sciocchezza, se detta da un ingenuo, di una mistificazione se detta da […]
Nel mondo delle associazioni che si occupano di greyhound, molti ripetono in continuazione che l’importante è salvare delle vite, che ognuno lo fa a modo suo, che dunque tutti sono dalla stessa parte.
Si tratta di una grande sciocchezza, se detta da un ingenuo, di una mistificazione se detta da uno meno ingenuo.
Il greyhound racing è come una malattia, che uccide ogni anno decine di migliaia di greyhound. La morte dei greyhound è l’effetto di un virus che ha un nome preciso: industria delle corse. Se ci concentriamo sull’Irlanda, questa industria è fatta da persone e organizzazioni precise: i trainer, gli allevatori, e i proprietari di cani che sono organizzati nell’IGB. Fanno parte dell’industria, dunque della causa, tutti i mutanti che mentre stanno da una parte, magari allenando qualche cane o prendendo lo stipendio dall’IGB, raccontano anche quanto siano bravi i greyhound nelle case: tutti i mutanti hanno il compito di confondere i farmaci. Quale che sia il loro nome, il loro scopo è quello di mostrare che l’industria non è cattiva, che anzi si occupa del benessere dei cani, che salva le loro vite. Per fare questo basta poco: mettere a disposizione qualche soldino, che viene dalle corse, trovare associazioni compiacenti e pagare una parte del trasporto, mostrare sul proprio sito come sono belli e come stanno bene i cani ex racer. In questo modo poche centinaia di sopravvissuti, si dice 600 all’anno, coprono le migliaia di ammazzati.
La musica che suonano quelli che in qualche modo partecipano a questo sistema è che “l’importante è salvare delle vite” e che “senza di loro non avrei avuto il mio fantastico cane”.
In realtà, come è risaputo, per meno di 5.000 vite salvate da questo sistema nelle isole britanniche, circa 20.000 finiscono nella spazzatura. Dunque per essere più precisi, per ogni vita salvata ce ne sono quattro che finiscono, e questo tutti gli anni, perché se si salvano le vite senza combattere le cause, è come dare al malato un palliativo e la malattia continua a fare vittime. Dunque l’adozione in sé, se non è accompagnata da una chiara denuncia e opposizione alle cause, cioè all’industria delle corse, ovvero ai trainer, agli allevatori e ai proprietari dell’IGB, è un palliativo, un rito stanco che si ripete in continuazione e che non cambia il futuro. Fino a quando l’industria sarà in funzione, continueranno a esserci cani da adottare, ma soprattutto cani ammazzati. Perché l’industria delle corse è oggettivamente una crudeltà basata sullo sfruttamento senza pietà dei greyhound a fini di lucro, oltre che essere pericolosa in sé dal punto di vista tecnico.
Chi dice che l’importante è salvare una vita, non importa come, sta dicendo che il farmaco e il palliativo sono la stessa cosa. Ogni anno si compiacerà di quanto è stato bravo a dare in adozione una manciata di cani: può continuare in eterno, perché se l’industria non chiude avrà “mercanzia” assicurata.
Ai ritmi attuali, se niente cambierà, nei prossimi dieci anni circa 200.000 greyhound saranno distrutti dall’industria delle corse nelle isole britanniche. Se l’importante è salvare i cani, questi 200.000 contano o sono l’inevitabile prezzo da pagare per avere qualche greyhound sdraiato sui divani?
In conclusione, per noi tutto ciò che contribuisce a debellare le cause, cioè l’industria delle corse, aiuta a debellare la malattia, e dunque può salvare decine di migliaia di greyhound altrimenti destinati alla morte. Ciò che nasconde le cause e si limita a qualche adozione, più o meno ben fatta, non fa altro che peggiorare la malattia.
Dunque, chi si accontenta di “salvare una vita”, libero di farlo, ma lontano da noi.
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